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Ora, cos’è importante nel problema di accessibilità degli scaffali? È che uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi. Ora, è vero che questa scoperta può essere data sfogliando il catalogo, ma non c’è niente di più rivelativo e appassionante dell’esplorare degli scaffali che magari riuniscono tutti i libri di un certo argomento, cosa che intanto sul catalogo per autore non si sarebbe potuto scoprire, e trovare accanto al libro che si era andati a cercare un altro libro, che non si era andati a cercare, ma che si rivela come fondamentale. 

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Da bambino sentivo di essere solo, e lo sono ancora oggi, perché conosco cose e debbo riferirmi a cose delle quali gli altri apparentemente non conoscono nulla, e per lo più nemmeno vogliono conoscere nulla. La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. La solitudine cominciò con le esperienze dei miei primi sogni, e raggiunse il suo culmine al tempo in cui mi occupavo dell’inconscio.

Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri.

 

Letture consigliate: Colloqui con sé stesso, di Marco Aurelio

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“Ron, apprezzo sinceramente l’aiuto che mi hai dato e i momenti che abbiamo trascorso insieme.
Spero che la nostra separazione non ti abbia scosso troppo.
Potrebbe passare molto tempo prima di rivederci ma, ammesso che io sopravviva all’Alaska, riceverai sicuramente mie notizie.

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La società in cui viviamo è una società “giusta”? Abbiamo tutti le stesse possibilità di percorrere la nostra personale strada per la felicità? Hell, no!

Cosa ce lo impedisce? Cosa impedisce (anche) ad un senzatetto di prendere in mano la sua vita? E’ possibile estinguere la povertà? Queste e tante altre domande sono trattate da Rutger Bregman, storico olandese, classe 1988, nel suo libro Utopia For Realists.

L’autore mostra com’è possibile ricostruire la società su idee visionarie ma assolutamente implementabili e riporta numerosi studi ed esperimenti sociali a supporto delle sue tesi.

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Anche se i geni fanno la loro parte, il 40% dell’intelligenza di adulto della nostra specie sembra dipendere da fattori ambientali. In altre parole, le abitudini giocano un ruolo importante nel determinare le nostre strutture di ragionamento e il modo di affrontare le decisioni.

Ecco perché la vita quotidiana delle più grandi personalità scientifiche desta da sempre grande curiosità: è possibile rintracciare nei passatempi e nelle piccole manie dei geni le radici della loro intelligenza? BBC Future ci ha provato con Albert Einstein: seguiteci in questo esperimento, prima di arrivare a una conclusione.

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Siamo davvero “in cima alla montagna” durante i nostri trentanni? O stiamo ancora arrancando in salita?

In noi arde ancora un fuoco inestinguibile di cui, molto spesso, noi stessi ignoriamo il potenziale. E così ci lasciamo inghiottire dal “sistema”, imbrigliare dal “burocrate”, confondere da chi pretende di saperne più di noi perché ha più strada alle spalle.

Tratto dal libro Se il sole muore, l’appello che questa controversa scrittrice rivolge a noi trentenni è quello di risvegliare quel fuoco e lasciare che anche gli altri possano godere appieno del suo splendore.

Del resto… se non noi, chi? 

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A tu per tu con lo scrittore di Erto. Che col suo ultimo libro fa l’elogio del fallimento. “Occorre imparare a riconoscerci come esseri imperfetti e a considerare la sconfitta come un tentativo positivo orientato al meglio, anche se non va a buon fine”.

Mauro Corona si presenta a cena con la classica divisa, scarponi e pantaloni da alpinista sotto una giacca di velluto e l’immancabile bandana in testa. Ha in mano una bottiglietta di collutorio. Un’immagine buffa e anche inaspettata, per uno che ha fatto dell’eliminazione del superfluo una legge di vita. Gliel’ha regalato un lettore che ha incontrato per strada, era un modo per lasciargli qualcosa di sé, e allora per lui in questo caso un valore ce l’aveva, quell’oggetto per nulla in linea con il personaggio.

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